Una chiacchierata con Federico Faggin

2 Novembre 2017 Associazione Alumni_admin Categories news, Senza categoria

Il 24 ottobre 2017 Federico Faggin, l’inventore del primo microprocessore e Alumno laureato in Fisica a Padova, ha tenuto nella favolosa cornice dell’Orto Botanico di Padova una Lectio Magistralis dal titolo “Dai microprocessori alla consapevolezza” nell’ambito delle iniziative di BoCulture, rassegna del palinsesto Universa 2017 dell’Università di Padova. Ma non solo: tale occasione rappresentava l’evento finale con “Special Guest” della rassegna del DIGITALmeet.
Prima della Lectio Magistralis c’è stata una conferenza stampa a cui anche noi di  Alumni abbiamo partecipato. L’occasione per fare  qualche domanda al nostro Alumno. Una bella chiacchierata da cui è emersa la storia di un uomo che con impegno, intuizione e determinazione, ma anche con un una buona dose di creatività e molto genio, sarà ricordato nella storia non solo come l’inventore del primo microprocessore e il Fisico ma anche come imprenditore illuminato e filosofo.

Intuizione, impegno e una buona dose di determinazione andando controcorrente: le doti di Federico Faggin

Federico Faggin nell’intervista ad Alumni (luglio 2016) aveva evidenziato come il suo bagaglio di competenze, l’innata passione e l’approccio intuitivo alle materie scientifiche lo avevano sempre guidato nella sua vita professionale. In quest’occasione gli abbiamo chiesto espressamente come tali doti gli siano servite nei momenti di svolta dalla laurea ad oggi. 

Faggin parla proprio della sua svolta decisiva, in particolare dice “Nella prima parte della mia vita professionale l’intuizione mi è servita a capire le direzioni fondamentali verso cui si sarebbe mossa la tecnologia. Ad esempio io avevo capito per primo che i circuiti MOS, o meglio la tecnologia MOS sarebbe stata il futuro, la tecnologia vincente. I primi circuiti MOS erano troppo lenti e non erano affidabili. Avevano questo problema e un solo il vantaggio: di essere più densi. Secondo me però questo problema non era sufficiente a buttarli via perché vedevo in questa tecnologia o, meglio, proprio nell’idea del potenziale. Lo vedevo per intuizione. L’avevo capito e basta. La mia era un’intuizione che non sapevo spiegare, proprio perché l’intuizione precede la capacità di articolare logicamente la decisione provvisoria che uno ha preso attraverso questa intuizione. Allora la mia scelta è stata quella di lavorare sulla tecnologia MOS. Da qui ho sviluppato la tecnologia MOS Silicon Gate che poi ha sbancato tutto, tanto che i circuiti bipolari 10 anni dopo non si facevano più.” 

Faggin nella sua vita è sempre stato deciso ed è andato anche controcorrente. Afferma che il problema del management italiano è quello di non essere troppo aggressivo mentre invece “Bisogna spingere quando è il momento: questo l’ho imparato nella Silicon Valley.” Lui ha sempre spinto e lottato quando aveva un’intuizione e ci racconta “Anche io all’Intel ho lottato per poter realizzare l’8080, il primo processore di grandi prestazione, una mia idea. Ci ho messo 9 mesi per convincerli a fare il nuovo microprocessore, superiore ai primi due, il 4004 e l’8008. Abbiamo perso 9 mesi perché dopo 6 mesi è uscito il 6800 della Motorola che era leggermente superiore dell’8080 e se fosse uscito prima avremmo perso il mercato. Il mio istinto era quello giusto.”

Saper correre quando c’è l’occasione, lottare quando si crede in qualcosa e seguire le proprie innate passioni

La storia professionale di Federico Faggin inizia ancor prima di quella accademica. Ci racconta che subito dopo il diploma alle scuole industriali entrò in Olivetti e “mi sono insegnato da solo transistori e computer nei libri, ho fatto un corso all’Olivetti che mi ha istruito sulle cose che andavano in quel tempo e poi con un gruppo di tecnici 4 sotto di me a 19 anni ho sviluppato un calcolatore elettronico. La ragione per cui l’ho progettato io è stata che il mio capo era in malattia in seguito ad un incidente. Mi ha dato un libro dove ho imparato l’architettura del calcolare e poi lo ho progettato e quando il capo lo controllò disse che andava bene. Senza questa esperienza non sarei riuscito a fare il microprocessore”. Poi la decisione di studiare fisica all’università perché voleva “capire come funzionano le cose e non come si fanno”, altrimenti avrebbe fatto ingegneria. 

Alla domanda “Si sente più imprenditore, inventore o fisico?” afferma che nella vita ha fatto molte cose e “oggi mi sento anche filosofo. Ma è di famiglia perché mio padre era un professore di filosofia. Giuseppe Faggin ha scritto la “Storia della filosofia: ad uso dei licei classici”, ha tradotto Plotino e ha scritto anche un libro sulle streghe! Un padre che era nella parte a 180° da quello che facevo io.” 

Infine alla richiesta di 3 consigli per i ragazzi che si stanno laureando, Federico Faggin risponde:

  • Seguire le proprie inclinazione invece che la moda
  • Approfondire le cose e non fermarsi alla prima occhiata
  • Coltivare la volontà interna di fare qualcosa, questa forza che abbiamo dentro di noi e a volte viene usata male.

Ancor prima delle nostre domande, la chiacchierata si era concentrata sulla discussione del momento dove i due protagonisti sono l’uomo e la macchina. L’argomento che ha ispirato proprio la Lectio Magistralis di Federico Faggin nel suo lungo viaggio dai microprocessori alla visione della consapevolezza come chiave per rispondere a importanti interrogativi.

L’uomo sceglie in modo autonomo, cosciente e consapevole: la sua grande forza sulle macchine

La domanda più ricorrente rivolta a Federico Faggin chiedeva la sua opinione sul grande interrogativo che riguarda l’evoluzione dello sviluppo tecnologico, ovvero le macchine arriveranno a superare l’uomo? Per Faggin “No” e in particolare si tratta di “una favola che circola nella Silicon Valley, in questi circoli di NERD. Io sto combattendo questa mentalità che non dà valore all’uomo, se non di essere una macchina inferiore a quella che ha creato.” Faggin afferma che è impossibile che le macchine possano diventare autonome, sgusciare da sole e arrivare addirittura “riprodursi” da sole. “La macchina è programmata dall’uomo e quindi rappresenta una proiezione umana in quello che è l’attività specifica di quella macchina. La macchina non è autonoma. Noi invece sì. Anche se siamo sociali e, quindi, vivendo nella società sottostiamo a delle regole, abbiamo un’autonomia e una capacità di decidere che non è legata a degli algoritmi ma alla nostra natura soggettiva, alla nostra capacità di comprendere e di percepire. Queste capacità risiedono nella nostra consapevolezza. La macchina non ha consapevolezza, è solo una struttura basata su azione e reazione, basta. Quindi è prevedibile. Naturalmente diventa imprevedibile se uno gli inserisce algoritmi aleatori ma questo non ha senso, è stupido perché la macchina può andare verso 2000 posizioni ma non c’è per la stessa alcuna ragione di sceglierne una. Noi invece quando prendiamo una decisione, scegliamo la migliore tra quelle che abbiamo a disposizione. L’unica eccezione si verifica quando reagiamo di brutto, di istinto, come in un incidente. E qui assomigliano ad una macchina.” Aggiunge anche che “le macchine superano noi in qualsiasi funzione ben precisa e precisabile. Le macchine potranno fare meglio di noi. Ad esempio le macchine fanno 1000 miliardi di operazioni al secondo, ma per questo non sono meglio di me che ci metto 1 minuto per farne una. Una gru solleva migliaia di tonnellate ma non è migliore di me che sollevo qualche chilo. Noi abbiamo il giudizio e la capacità di comprendere. Prendiamo decisioni in base alla nostra capacità di comprendere. Decidiamo liberamente attraverso la nostra comprensione e abbiamo anche la creatività. Siamo creativi, la macchina l’abbiamo creata noi. Una macchina autonoma in grado di decidere con cognizione di causa in situazioni imprevedibili è impossibile dato che non sono autonome.

Lo sviluppo tecnologico porterà sicuramente all’auto che si guida da sola ma non alla fine dell’umanità

Sulla scia della domanda precedente, è stato chiesto a Federico Faggin la sua opinione sullo sviluppo e il progresso del digitale negli anni, ancora una volta in riferimento alla potenzialità delle macchine di superare l’uomo attraverso il perfezionamento dell’intelligenza artificiale. Secondo Faggin “Dipende molto da quello che noi chiamiamo uomo e da cosa chiamiamo macchina” ma alla resa dei conti dobbiamo focalizzarci sul fatto che “i computer sono programmati dall’uomo, non si programmano da soli”. Affrontando un tema che anima discussioni di grande attualità Faggin osserva che “oggi riusciamo a fare per la prima volta strutture che imparano, cosa che non eravamo mai riusciti a fare. Le tecnologie di auto-apprendimento dei computer sono arrivate ad un punto tale da riuscire a risolvere problemi importanti. Le promesse fatte 50 anni fa e che ci si aspettava in massimo 20-30 anni sono arrivate oggi, in ritardo ma ci sono. Oggi abbiamo una robotica che nel giro di 10-20 anni avrà un impatto fondamentale. In particolare per quanto riguarda le auto che si guidano da sole ci sono investimenti pazzeschi”. Faggin parla di investimenti di miliardi di dollari, tutti da parte di privati, tra cui aziende come Apple, Google, Uber e Tesla, e senza alcun aiuto governativo. Investimenti che in un certo senso Faggin considera ben oculati dato che “Le macchine che si guidano da sole funzioneranno e cambieranno tutto l’ecosistema dei trasporti. Non avrà più senso avere un automobile: la si chiama e arriva. Non ci sarà più il problema del parcheggio e i camion se ne andranno per le strade da soli e così via.

Il “Dibattito etico” come esempio della dipendenza delle macchine dall’uomo

Per quanto riguarda poi le macchine che si guidano da sole viene aperta una discussione sulle implicazioni etiche, a cui Federico Faggin partecipa con osservazioni che evidenziano ancora una volta il limite delle macchine. Innanzitutto Faggin sottolinea che le implicazioni per la macchina che si guida da sola saranno giuridiche. Perché? Alla resa dei conti la macchina di per sé non ha etica. Meglio ancora, usando le parole di Faggin “La macchina viene programmata dalla miglior formula etica che l’uomo ha raggiunto nel momento che programma la macchina. La macchina da questo punto di vista è meglio dell’uomo”. Per quanto riguarda il “Dibattito etico”, Faggin osserva che bisogna sempre partire dal presupposto che “La decisione è sempre dell’uomo, gli algoritmi decisionali sono creati dall’uomo. Il problema è più giuridico. L’uomo in un incidente prende una decisione in una frazione di secondo e può finire anche ad investire un bambino. La macchina può agire con principi etici “enforceable” su cui si può agire ripetutamente. Nell’uomo è un pò aleatoria la cosa perché dipende da come reagisce di brutto. Il problema etico non esiste. Il problema è quello di ricostruire tutta l’industria dei trasporti e quindi anche tutto l’ecosistema dei trasporti.” Risulta quindi evidente nelle osservazioni di Faggin che l’etica è sempre un problema dell’uomo anche quando riguarda la macchina. Alla fine, come spesso ripete Faggin, è l’uomo che programma la macchina e inserisce gli algoritmi, anche in relazione all’etica.

Una chiacchierata molto interessante che oltre alla storia dell’uomo racconta le sue intuizioni scientifiche e filosofiche da cui emerge che la macchina alla fine è una creazione dell’uomo al servizio dell’uomo, dipende da noi e arriverà a fare cose straordinarie perché uno scienziato la arricchirà con nuovi algoritmi. Per superare l’uomo fino a causarne la distruzione ci vuole più di una macchina!

Il video della Lectio Magistralis è disponibile cliccando su “Dai microprocessori alla consapevolezza” !