«Il senso non sta nel podio, sta nel tentativo» Riccardo Michieletto

16 Luglio 2026 digitalalumni Categories news

Chi è Riccardo Michieletto

Riccardo Michieletto è Responsabile Marketing presso Acciaierie Venete S.p.A., dove si occupa di marketing strategico, business intelligence, budgeting e sviluppo commerciale, supportando la Direzione nell’analisi dell’andamento delle vendite e nei processi decisionali. È inoltre referente commerciale per l’area ESG e Sostenibilità.

Laureato in Economia, ha conseguito la magistrale in Business Administration presso l’Università di Padova e un Master di secondo livello in Sport Management.

Nel percorso sportivo, è stato capitano nel settore giovanile del Benetton Rugby e successivamente giocatore professionista con il Petrarca Rugby, con cui ha vinto tre Campionati Italiani e due Coppe Italia. Ha vestito la maglia della Nazionale al Mondiale e al Sei Nazioni Under 20, ha disputato due Nations Cup con la Nazionale Emergenti.

La sua testimonianza

In occasione di Alumni Summer Dinner 2026, Riccardo Michieletto ha preso la parola davanti alla community. Uno speech ispirazionale, senza filtri, su quello che lo sport gli ha davvero insegnato.

Da sinistra Ilaria Marchiori e Riccardo Michieletto all’Alumni Summer Dinner

Chi lo ascolta si aspetta, forse, il racconto di uno sportivo di successo: tre scudetti e due Coppe Italia vinti con il Petrarca Rugby, la maglia della Nazionale Under 20, oggi una carriera manageriale in Acciaierie Venete. Michieletto ha scelto di raccontare tutt’altro. Ecco il suo discorso, integrale.


Il racconto integrale

Di solito, quando si parla di sport, si parla quasi esclusivamente di spirito di squadra, di fratellanza, di condivisione.
Tutte cose molto belle.

Io oggi, invece, vorrei condividervi quello che ho imparato davvero dalla mia esperienza personale.
Forse meno gettonato.
Forse più autentico.

Non sono qui per parlare di risultati.
La vera ricchezza l’ho trovata lungo la via.

Non i trofei, ma quello che ci hanno lasciato

Potrei dirvi che ho vinto tre scudetti, certo. Due Coppe Italia, pure.
“Bravo”.
Ma da soli, cosa ci dicono questi trofei? Spiegano qualcosa?

No.
Non spiegano, per esempio, che per arrivarci ci ho lasciato nove interventi chirurgici, a 31 anni. Strappi muscolari, fratture, circa 150 punti di sutura.

Oltre alla sfida col mio Morbo di Chron.
Non raccontano che ci ho lasciato anche pezzi di vita, tempo che non torna più: esperienze mancate, relazioni messe alle corde, rinunce.
Non raccontano la fatica mentale di tenere insieme, negli ultimi anni, un lavoro a tempo pieno e una carriera agonistica.

Perché questo mondo ci ha fin troppo abituati a guardare solo il lato bello della medaglia.

La verità è che questo percorso ti porta anche a fare scelte scomode.
A volte egoiste. Molto spesso egoiste.
Ti costringe a mettere il tuo equilibrio psico-fisico davanti a tutto, perché è da lì che nasce la prestazione, qualsiasi essa sia.

E non è tutto.

Perché talvolta ci dimentichiamo che a pagarne il prezzo non siamo solo noi in prima linea, ma anche coloro che scelgono di starci accanto e sostenere i nostri sogni.

Eppure, per la mia esperienza, posso dire una cosa con certezza: avere dei sogni è l’ingrediente essenziale per sentirsi vivi. Per avere una direzione.

Danno senso a quello che facciamo, a quello che siamo, a quello verso cui tendiamo.
Ci definiscono nella volontà. Sono, in fondo, misura del nostro potenziale.

Perché avere un obiettivo significa trovare il coraggio di partire.
E, ancora di più, il coraggio di affrontare un viaggio che non si limita alla meta, ma che ci mostra chi siamo, mentre proviamo a raggiungerla.

Tutto ciò che conta, costa

In questo viaggio ho capito anche un’altra cosa, molto semplice:
Tutto ciò che conta, costa.

È una regola che mi hanno insegnato anche a Economia: le cose rare, le cose per cui c’è più domanda che offerta, sono quelle che valgono di più.

E i “premi” in palio, nella vita, sono limitati.

La verità è che se vuoi arrivare, devi essere disposto a fare quello che gli altri non sono disposti a fare. A rinunciare a quello a cui gli altri non rinunciano.

Farne parte non è sufficiente.

Non possiamo pretendere risultati senza essere esigenti con noi stessi.

Non possiamo pretendere risultati diversi continuando a fare le stesse cose.

Perché la vita vera è dura. Ed è selettiva.

Serve strategia ben pensata e attitudine nel perseguirla. E forse nemmeno basterà.

Tutto il resto è fatto di “se”, “ma”, “forse”.
Spazi che, troppo spesso, vengono riempiti dal rimpianto di non averci provato.

O di non averci provato abbastanza.

Io, per esempio, non ho raggiunto tutti i traguardi che mi ero prefissato.
Ho fallito. E sapete una cosa? Va bene così.

Perchè l’unica cosa che davvero ti sostiene davanti al fallimento è poterti guardare alle spalle e sapere che non avresti potuto dare di più.
Nemmeno un centimetro.

A volte ci turba la domanda:
Ma se il mondo corre così veloce, tanto da farci percepire quasi fermi… possiamo davvero lasciare il segno?

Io credo di sì.
Ma a una condizione. Alla condizione di accettarci.

Da piccoli ci dicono che possiamo diventare quello che vogliamo.
Non è esattamente così.

Le nostre abilità sono numerate, specifiche.
E il vero lavoro è riconoscerle, tracciarne i confini, e scegliere dove investire.
Trasformarle in competenze.

Se vogliamo usare un linguaggio un po’ più “accademico”, secondo la Resource Based View il vantaggio competitivo nasce da una combinazione unica di risorse.

E allora la domanda a seguire diventa: quali sono le risorse che mi rendono unico?

Quando inizieremo a risponderci in maniera onesta, potremo iniziare a fare qualcosa di concreto: piantare il nostro impegno laddove il terreno è più fertile.

Coltivare ambizioni, sì, ma con l’umiltà di riconoscere i nostri limiti.
Ricombinare nel tempo quello che sappiamo fare. Dynamic Capabilities.
Adattarci ai cambiamenti.

E poi, soprattutto, agire.

Non perdere tempo.
Non restare bloccati nei pensieri.
Prendere in mano la situazione e muoversi.

Sapendo che, comunque andrà, succederà una cosa: tutto ciò che di buono abbiamo seminato troverà il modo di tornare indietro.

Magari in forme e tempi diversi da quelli che ci aspettavamo.

Ma succede.

Il senso non sta nel podio. Sta nel tentativo.

E a quel punto capiremo davvero che il senso non sta nel podio.
Sta nel tentativo.

Sta nelle mattine in cui non avevi voglia ma ti sei alzato lo stesso.
Sta nelle volte in cui sei caduto e hai deciso che non era finita lì perché sei tu e solo tu a decidere che non può e non doveva finire lì.
Sta in tutto quello che nessuno vede, ma che alla fine costruisce quello che sei.

I successi, prima o poi, finiscono.
Il percorso, quello no: ti resta cucito addosso.

E allora, se posso lasciarvi una cosa sola, quello che posso dirvi è: non abbiate paura di volere tanto – questa è la parte facile – ma soprattutto non abbiate paura del sacrificio che serve per provarci veramente.

Perché, alla fine, quello che fa la differenza non è quanto vinciamo.
È quanto siamo stati disposti a dare per diventare chi scegliamo di essere.

Chi siamo disposti a vedere quando ci guardiamo allo specchio.

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