“Il passato non deve essere un freno”. Intervista a Massimo Nalli, Presidente di Suzuki Italia.

11 Maggio 2020 Associazione Alumni_admin Categories news
Massimo Nalli, laureato in ingegneria all’Università di Padova, ha svolto il suo percorso di carriera in importanti aziende automobilistiche, fino a ricoprire l’attuale posizione di Presidente in Suzuki Italia. Inserito nel 2019 da Forbes Italia fra i 100 manager vincenti, ha voluto condividere con la Community degli Alumni - di cui fa parte - la propria storia.
Anche i grandi viaggi cominciano da un piccolo passo: oggi si ritrova a essere Presidente di Suzuki Italia, divisione italiana di un’azienda multinazionale presente in 192 paesi, con più di 45.000 dipendenti e oltre un secolo di storia alle spalle… Ma tutto è iniziato a Padova, fra i banchi delle aule di ingegneria elettronica. Come ricorda quegli anni?

Proprio in occasione di questa intervista ho avuto modo di riflettere sul fatto di aver studiato a Padova negli anni Ottanta… Quasi non ci credo, quanto tempo è passato! È stato grazie all’Università che sono entrato in contatto con lo spirito di quegli anni di frontiera: si è trattato di un periodo unico, si cominciava a intravvedere un mondo fatto di tecnologie completamente nuove, dove l’elettronica avrebbe rivestito un ruolo chiave accanto alla meccanica, e ci sentivamo tutti partecipi dei cambiamenti epocali che sarebbero avvenuti. Pensate che la prima e-mail l’ho ricevuta all’Università, e sempre all’Università ho usato il primo computer, per scrivere la mia tesi.

In generale, però, ero uno studente come molti. Mi ricordo il terrore per gli esami, le aule gremite di studenti, il senso di sfida che si respirava, ma anche le lunghe ore spese sui libri a studiare. Non ero un “genio”, quello no: non potevo permettermi di perdere una singola lezione senza rischiare di rimanere indietro e non passare l’esame. Tutti i miei risultati me li sono dovuti sudare giorno dopo giorno. Ma, in fondo, non mi dispiace: ho sempre avuto la pessima abitudine di scegliere le cose difficili.

La mia passione per l’elettronica nasce ancora alle scuole superiori: durante uno scambio internazionale negli Stati Uniti nell’ambito di un progetto di Intercultura, frequentando dei corsi facoltativi che il mio liceo in Italia non mi avrebbe mai offerto, scoprii quel mondo avanguardistico dell’elettronica, in cui l’unico limite era la fantasia. 

La Sua carriera nel settore automotive è variegata: Fiat, Honda, poi Suzuki. Di modelli aziendali ne ha visti diversi, ed ha lavorato a contatto con professionisti di tutto il mondo. Quali differenze ci sono nella filosofia aziendale di Suzuki, rispetto ai contesti imprenditoriali italiani o europei?

Sono fortunato perché ho potuto intraprendere una carriera nel settore che amo, quello dell’automobile e dei motori. È stato sempre durante gli anni dell’Università che ho conosciuto Claudio Lombardi, un ingegnere e guru dell’automobilismo italiano, padre della Lancia Delta S4 e del propulsore dell’Aprilia RSV4, celebre per le innovazioni portate in Ferrari, da un punto di vista sia tecnico sia di direzione sportiva. Sentirlo parlare a un convegno organizzato dall’Università di Padova è stata un’emozione unica, e attraverso quel contatto sono poi entrato in Fiat e, esperienza dopo esperienza, sono arrivato in Suzuki nel 2000.

Qui in Suzuki mi accompagna la consapevolezza di essere parte di un’azienda con una grande storia. Per chi non lo sapesse, il primo prodotto del padre fondatore del marchio, Michio Suzuki, è stato un telaio: il figlio voleva aiutare la madre, che tesseva a mano la seta, e le costruì un telaio più efficiente in legno. Dalla consapevolezza di aver migliorato con un semplice prodotto la vita di una persona, decise di imbarcarsi in quell’avventura imprenditoriale che dura fino ai giorni nostri. La tecnologia che traduce il movimento alternato dei piedi alla macchina tessitrice in un movimento di avvolgimento del rocchetto è molto simile a quella utilizzata per la trasmissione del motore. Suzuki nasce dal genio di un ragazzino. 

Quella tensione originaria al miglioramento continuo e all’efficienza permane anche oggi in Suzuki, un’azienda che investe ogni energia nella ricerca di ulteriori margini di riduzione di ogni spreco per raggiungere il miglior rapporto costo/benefici, preservando le performance. I prodotti Suzuki si contraddistinguono per la loro compattezza, sia dei telai che delle motorizzazioni, e, nelle auto, perseguono il miglior rapporto fra spazio interno ed esterno.  Ancora oggi è popolare in Giappone un aneddoto su Osamu Suzuki, attuale Presidente di Suzuki: quando durante un’intervista televisiva gli chiesero se potesse identificare qualche “inefficienza” nello studio in cui si trovava, egli afferrò il bicchiere d’acqua per gli ospiti e lo mostrò al pubblico, facendo notare che era pieno a metà. Anziché riempire solo metà bicchiere sarebbe stato preferibile comprare bicchieri più piccoli e risparmiare metà del vetro.

Lavorare in un’azienda giapponese significa prevedere l’intero spettro delle possibilità – da un estremo all’altro - e capire tutte le dinamiche che possono derivare da una scelta operativa o di strategia: trovo l’approccio giapponese insieme previdente e flessibile, in grado di superare i punti deboli di altri sistemi, come quello italiano, dove la pianificazione è molto debole e molto spazio viene lasciato all’improvvisazione, e quello nordeuropeo, dove la pianificazione è talmente rigida da impedire la correzione degli errori. 

In chiusura, vorrebbe dare un consiglio ai nostri lettori e lettrici? Specialmente alle studentesse e studenti che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro?

Ai ragazzi che oggi studiano all’università, voglio fare un invito importante. Siate flessibili! E flessibilità non significa accettare tutto, flessibilità significa che domani può essere il primo giorno del resto della tua esperienza. Il passato non può essere una palla al piede o un freno alle nostre possibilità, non ci deve condizionare: le nostre scelte devono essere libere e aperte. Accettate il cambiamento, vivete il cambiamento. Quando a Sergio Marchionne chiesero come avesse fatto a salvare l’azienda che dirigeva, Fiat, rispose che ci riuscì perché non era un ingegnere: posso dissentire sull’associazione fra ingegneria e rigidità, ma sul nocciolo non posso che concordare… la rigidità ci ingabbia nel passato.

All’università si devono preparare esami, e sicuramente solo lì si può imparare in modo così profondo a porsi obiettivi ambiziosi e riscoprire e organizzare le proprie risorse personali per ottenerli. Eppure, le ore in solitudine passate a studiare ingegneria, che non rimpiango, non sono state utili a preparami al rapporto con gli altri nel mondo del lavoro. In affiancamento al vostro percorso di studi, imparate a lavorare in team: i luoghi di lavoro sono fatti di persone…

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