“Esploro gli archivi per ricostruire la vita, i desideri e i timori delle persone”. Intervista a Luca Brusamento, vincitore dalla 2a edizione del Premio Angelo Ferro

16 Settembre 2020 Associazione Alumni_admin Categories news

Luca Brusamento, 29 anni, laurea magistrale in Storia presso l’Università degli Studi di Padova, ha vinto la seconda edizione del Premio “Angelo Ferro” per la storia, l’arte e la cultura padovana, istituito su iniziativa di Sergia Jessi Ferro della rivista Padova e il suo territorio, grazie alla collaborazione dell’Associazione Alumni dell’Università di Padova.

Dopo una prima edizione che ha visto protagonista Valentina Brugnolo, con un elaborato sulla decorazione degli organi a Padova tra Quattro e Settecento, la Commissione ha in questa occasione premiato il lavoro di Luca, che ha esplorato la storia del Monte di Pietà di Padova in una tesi tanto ricca di approfondimenti bibliografici che di lavoro d’archivio con i documenti dell’epoca.


Buongiorno Luca, e complimenti per il riconoscimento che la Commissione ha deciso di attribuire a te, fra i molti candidati e candidate! Vorremmo cominciare chiedendoti qualcosa di te… Quando e come nasce la tua passione per lo studio della storia? C’è qualche interesse particolare che ti ha fatto approdare al Monte di Pietà di Padova?

La mia passione per la storia risale a quando ero bambino: a scuola, era una materia che mi permetteva di visitare ed esplorare mondi così diversi dai nostri, facendomi meravigliare, fantasticare, sognare… E, crescendo, il sogno a occhi aperti del bambino è diventato una più matura curiosità, il desiderio di mettere sotto la lente episodi e dinamiche del passato, per capire quelle situazioni e quei meccanismi di cui noi, come persone e società, nei pensieri e nelle azioni, siamo figli

E, quando hai la fortuna di avere una passione innata così forte, non puoi certo scansarti o far finta di niente. Nonostante, i molti interessi che tutt’ora coltivo, come la poesia e la letteratura, quella per la storia è sempre stata la mia passione principale. E, al momento della scelta del percorso di studi, ho deciso di seguire le mie passioni, per quanto il percorso di storia si prospettasse arduo e complesso una volta uscito dall’Università.

La scelta di occuparmi del Monte di Pietà di Padova si lega alla voglia di approfondire il tema del credito, che penso sia uno strumento eccezionale per ricostruire le dinamiche di un periodo storico. I Monti di Pietà sono infatti istituzioni nate nel Basso Medioevo dall’ambiente francescano, parallele ai banchi che fornivano prestito a usura, per permettere al ceto medio-basso della popolazione, povero ma di buona reputazione, di accedere a prestiti di modica entità.

Si trattava di enti al contempo creditizi e assistenziali, capaci di ottenere una qualche forma di emolumento per il servizio di prestito reso, senza però incappare nell’onta dell’usura applicando esplicitamente un tasso di interesse. Il loro fine ultimo era di servire il buon funzionamento dell’economia urbana, svolgendo mansioni sempre più ampie con il passare del tempo, per esempio divenendo creditori delle stesse istituzioni politiche della città quando a corto di denaro, nonché enti per la conservazione dei risparmi dell’intera popolazione, dall’umile artigiano al nobile.

Da sinistra a destra: fronte e retro di un ducato veneziano del 1786; "Un banchiere e sua moglie", di Marinus van Reymerswaele, 1538, olio su tavola, Alte Pinakothek, Munich.

Le semplici e polverose carte d’archivio - principalmente i libri contabili e alcuni documenti di amministrazione del Monte - ci raccontano i comportamenti economici delle persone e, fruendo tutta la popolazione patavina dell’ente, ci restituiscono una fotografia che si articola in tutti i diversi ceti sociali, permettendoci di collegare i grandi eventi della macrostoria il passaggio dall’ancien régime delle vecchie monarchie europee alla contemporaneità – con un quadro accurato e completo della vita effettiva delle persone, dei loro timori e delle loro speranze riguardo agli eventi del proprio tempo.

Quali sono questi eventi storici di cui parli e in che modo la carte d’archivio del Monte ci permettono di comprendere meglio il vissuto delle persone dell’epoca? Ci sono dei parallelismi nei meccanismi dell’epoca e del nostro presente, che ci permettono di accostarli?

Nello specifico, nel mio elaborato tratto del Monte di Pietà fra il 1793 e il 1797. È un periodo storico di grande destabilizzazione: gli sconvolgimenti socio-politici della Francia rivoluzionaria stanno impattando sul resto d’Europa, facendo scricchiolare un po’ ovunque i vecchi regimi. Nella Serenissima Repubblica di Venezia, l’iniziale eco lontana della Rivoluzione Francese si fa sempre più incombente, con le truppe napoleoniche che iniziano a marciare in nord Italia per opporsi agli Asburgo e ai diversi Stati nobiliari locali; spesso, le stesse truppe incoraggiano nei territori dell’entroterra veneto, inizialmente neutrale, l’istituzione di Municipalità dai valori giacobini e repubblicani.

Venezia, ormai terreno di scontro fra le più grandi potenze militanti, capitolerà proprio nel maggio 1797, quando verrà istituita una Municipalità provvisoria, nata sotto gli ideali rivoluzionari francesi, che avrà vita breve: il trattato di Campoformido, infatti, prevedrà la concessione dell’entroterra veneto, Padova compresa, al regime nient’affatto repubblicano degli Asburgo.

Da sinistra a destra: "L'udienza accordata dal doge di Venezia nella sala del Collegio nel Palazzo Ducale", di Francesco Guardi, 1775-1780, Museo del Louvre, Parigi; "Le Général Bonaparte au pont d'Arcole. 17 novembre 1796", di Antoine-Jean Gros, 1796, Palazzo di Versailles, ritrae il giovane Napoleone durante la Battaglia del ponte di Arcole, tenutasi contro gli Austriaci su suolo Veneziano.

Possiamo fare un paragone, imperfetto e limitato, certo, con i giorni d’oggi, cercando di confrontare le reazioni delle persone: alle destabilizzazioni politiche seguono ripercussioni su depositi e consumi, tanto oggi quanto due secoli fa. I registri del Monte, che ho analizzato nell’Archivio di Stato di Padova, ci mostrano chiaramente che, se nei primi anni di questo periodo versamenti e prelievi al Monte di Pietà avvenivano con andamenti ciclici e regolari e si mantenevano in equilibrio, a partire dal febbraio 1797, mese della capitolazione di Mantova, e poi sotto la Municipalità i versamenti adottano un andamento decrescente e i prelievi un andamento crescente, segno della progressiva sfiducia della popolazione padovana nella capacità del Monte di salvaguardare i loro risparmi in un periodo di insicurezza e sotto il nuovo e fragile regime repubblicano. 

O, ancora, la propaganda della breve Municipalità, figlia della Francia rivoluzionaria che prometteva – e possiamo vedere dei riflessi di contemporaneità – sconvolgimenti e cambiamenti socio-politici radicali; andando a vedere le carte, tuttavia, i sistemi di gestione del Monte rimangono quelli. Nonostante il Leone di San Marco nei timbri dei registri venga deturpato e compaiano date espresse nel Calendario Rivoluzionario, i documenti amministrativi sanciscono una continuità dal punto di vista organizzativo e procedurale all’interno del Monte, e si osserva una continuità nell’utenza dell’Ente stesso.

Un distinguo va invece fatto con la finanza etica e il microcredito, realtà a cui anche oggi si guarda: se osserviamo gli statuti dei Monti di Pietà, vediamo come queste istituzioni fossero strettamente indirizzate nello scegliere con attenzione chi aiutare. Non certo i miserabili, ma le classi di reddito medio-basse: lo scopo era quello di aiutare la popolazione già attiva nel mercato del lavoro, una strategia per agevolare i meccanismi di funzionamento economico del territorio stesso.

Il tuo lavoro di tesi è decisamente ricco, per aspetti trattati e fonti. A conclusione di questo gran lavoro, ti rimangono delle curiosità sul tema? Elementi che vorresti ancora approfondire? O hai interessi di ricerca storica ulteriori?

La mia tesi certamente non è un traguardo definitivo, e in generale tutti gli esiti della ricerca storica non sono un traguardo definitivo. Fare ricerca storica significa aggiungere tasselli a un mosaico grande e complesso, perfezionare un metodo di procedere… però, alla fine, ogni domanda cui si cerca di rispondere apre nuovi, affascinanti interrogativi

Nel mio caso, ho riscontrato molte zone grigie, zone d’ombra. Prendiamo i beni che le persone lasciavano in pegno: una buona parte degli oggetti impegnati presso l’ente erano beni della quotidianità: biancheria, vestiti, piccoli elementi di arredo. Diversamente da oggi, quindi, non erano solo articoli di alto valore ad essere messi in pegno, il debito contratto poteva essere anche estremamente esiguo. Purtroppo, tuttavia, salvo alcune rare carte, è impossibile trovare per il nostro periodo un registro completo che contenga la totalità dei beni in questione: viene meno un patrimonio di informazioni che ci racconterebbe moltissimo sulla vita quotidiana delle classi meno agiate del tempo.

Da sinistra a destra: il Palazzo del Monte di Pietà di Padova; uno dei reperti documentali dell'Archivio di Stato di Padova utilizzati da Luca Brusamento

Ma ci sono anche prospettive di ricerca storica più “sociale”. Per esempio, il sentimento della vergogna. Quando una persona andava a chiedere un prestito, doveva recarsi al Monte di Pietà per firmare un registro in cui dichiarava ufficialmente di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia, di “non arrivare a fine del mese”. Parliamo di persone che comunque facevano parte di Arti e Mestieri, Corporazioni e varie entità urbane, dalle quali ci aspetteremmo, ai giorni nostri, una renitenza ad ammettere pubblicamente una simile condizione. 

E se, una volta, questa vergogna non ci fosse stata? Se il modo di approcciarsi alla fragilità finanziaria fosse stato radicalmente diverso da quello attuale? Leggere i documenti di quell’epoca è complesso, non solo per come sono scritti, ma proprio per la distanza che ci separa dalle persone che abitarono quel mondo. Cosa sono duecento anni? Niente e moltissimo. Come storici dobbiamo essere umili e cercare di ricostruire anche questi aspetti così difficilmente afferrabili, spesso avventurandoci in aree disciplinari diverse dalla nostra e attingendo a competenze di altri settori.


Si ringrazia la Commissione del Premio per  l’organizzazione  e l’importante lavoro di lettura e valutazione degli elaborati in concorso, rappresentata dal dott. Antonio Cortellazzo, Presidente dell’Associazione “Padova e il suo Territorio”, dalla Giuria composta dai docenti Pierluigi Fantelli, Giordana Mariani Canova, Stefania Pesavento, Antonio Rigon, Emilia Vecchi Rippa Bonati, Mirco Zago, nonché dai curatori Giorgio Ronconi, Anna Soatto e da Giulia Longo, in rappresentanza degli Alumni.

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